Lasciata Casetta Lola, una piacevole passeggiata tra gli ulivi conduce al Querceto, un’area di un ettaro dove la scultura si immerge in una natura più selvaggia e monumentale. Qui il percorso si fa circolare e profondo, aprendosi con le proiezioni terrene di Lucilla Catania e proseguendo verso l’enigma architettonico di Vittorio Messina: un labirinto in peperino ispirato a Joyce, che sfida l’idea di entrata e uscita per farsi forma pura e indefinita. Poco lontano, sotto la quercia più maestosa del Parco, il site-specific di Paolo Grassino, Guerra è sempre, si erge come un aspro monumento ai caduti di ogni conflitto, trasformando il mattone industriale in un potente monito sulla perdita e sulla memoria collettiva.
La vocazione internazionale del Parco trova conferma nel portale rinascimentale di Ines Fontenla, un varco in travertino che incornicia la vallata e recita i versi della Carta della Terra, coniugando l’estetica concettuale a un’urgenza etica universale. Il legame tra terra e cielo è invece celebrato da Bruno Ceccobelli con Nuvole, una figura dinamica in ferro che sembra sollevarsi verso l’alto, accompagnata dal fumo rituale di un incensiere, mentre Roberto Pietrosanti esplora il contrasto tra ordine e caos attraverso Bestie, un blocco cubico squarciato da minacciose figure arcaiche.
Addentrandosi nel bosco, l’esperienza si fa sensoriale: la roccia stessa sembra animarsi nel Respiro di Fiorella Rizzo, mentre l’Elogio della lentezza di Renzogallo sfida il vuoto con i suoi tubolari rossi sospesi su un crepaccio. La natura diventa poi camminamento nel Sentiero di Claudio Palmieri, una distesa di travertino traforato che si insinua tra il fogliame
Tornando a Casetta Lola ci si imbatte nella struttura totemica di Tito Amodei, sintesi della vocazione ad ascendere dell’umanità, nell’anamorfosi ludica di Simone Bertugno, un Giano bifronte che muta le sue fattezze a seconda del punto di vista dello spettatore.
Il viaggio culmina con la monumentalità di Maki Nakamura: la sua opera Zer0 è un “giardino nel giardino” in travertino, un ponte tra Oriente e Occidente dove un monolite di quattro metri mette in comunicazione la materia e la luce del cielo attraverso la sospensione di un vuoto perfetto. Infine, tra le “biosculture” lignee di Pino Genovese, modellate dal mare e concepite dall’artista come rifugi primordiali, e le Anomie spaziali di Cloti Ricciardi, dove il corten e il vetro celebrano il senso per la libertà della materia animata dalla celebre artista, il Querceto si conferma come un ecosistema dove ogni scultura è una sentinella del pensiero e di una bellezza inquieta.
Nel 2022 Sculture in campo ETS acquisisce un nuovo terreno strategicamente importante per la logistica del Parco. Verrà denominato Il Bosco perché collocato a ridosso della scarpata di un’area boschiva e confinante con l’area di Casetta Lola.
Il terreno, trattato a ulivi, è stato oggetto di una meticolosa operazione di risanamento durata circa un anno per renderlo adatto ad ospitare opere d’arte plastiche.
Nel 2024 Il Bosco viene inaugurato al pubblico con un’opera monumentale, realizzata in acciaio corten, Fucinafuoco, progettata da Mirta Carroli.
Successivamente, nel 2025, sono state inaugurate le opere dell’artista sudcoreano Peter Kim con l’opera il Nido dell’umanità e con tre opere dell’artista romana Immacolata Datti dal titolo La porta del Monaco, Sezione di Pilastro e Colonna.
È in programmazione, per la X edizione di Sculture in campo, il posizionamento di ulteriori nuove opere.
Nel corso del 2024 si sono conclusi i lavori del nuovo spazio espositivo, Il Rudere, nel Querceto, che accoglierà opere di artisti che non possono esporre i loro lavori all’esterno. Un’opportunità per ampliare l’offerta artistica del Parco, nell’intento da sempre perseguito di raccontare la scultura contemporanea in tutte le sue declinazioni. Il Rudere sarà adibito a mostre temporanee che si svolgeranno durante l’anno, da maggio a ottobre. Due grandi opere in gesso di Giacinto Cerone, Vocazione e Costa d’Avorio, rispettivamente del 1999 e del 1993, hanno inaugurato lo spazio nel giugno del 2024.
«Il nuovo spazio espositivo al chiuso de Il Rudere, appena restaurato, è stato concepito come “essenziale” con i muri bianchi e il soffitto a travi di legno, per ospitare delle mostre di una, due, massimo tre opere. Lo scopo è quello di stimolare la sensibilità del visitatore consentendogli di concentrarsi su pochi lavori, di scoprirne i dettagli. Il Rudere non poteva essere inaugurato con un’esposizione migliore di quella che abbiamo dedicato a Giacinto Cerone, a vent’anni dalla sua prematura scomparsa. Le due opere in mostra, due suoi “gessi”, sono significativi per comprendere l’essenza del lavoro del grande scultore, la sua fisicità e gestualità rapida e incisiva, tra tagli, torsioni, lacerazioni, elementi caratteristici di quella sintesi formale che ha conseguito nella materia come pochi altri», dichiara Cesare Biasini Selvaggi, membro del Comitato scientifico di Sculture in campo.
Dalla campagna aperta ci spostiamo ai piedi del Borgo Antico di Bassano in Teverina, nella Valle delle Presenze. Quest’area, oggetto di un importante progetto di riqualificazione promosso dalla Regione Lazio e dal Comune di Bassano in Teverina in collaborazione con Sculture in Campo, rappresenta un felice esempio di “gemellaggio” tra natura, spazio pubblico e creatività emergente. Qui, quattro giovani artisti hanno dato vita a opere site-specific che dialogano con la storia e la morfologia del luogo.
Il percorso si apre con Gisella Chaudry e il suo Prototipo 2101, un’architettura in peperino fatta di piani intersecati che sfida la rigidità della pietra. Poco lontano, la narrazione si fa fiabesca con Daniela Palluello: la sua opera Nei suoi panni reinterpreta il mito di Cappuccetto Rosso attraverso un mantello e degli stivali rossi celati in una grotta, simbolo di una coabitazione ancestrale e misteriosa.
L’esperienza diventa immersiva con Davide Tagliabue e la sua opera Sottrazione: una “cattedrale vegetale” composta da alte canne di bambù che svettano da buche profonde, creando un percorso di guglie naturali che il visitatore è invitato ad attraversare. Infine, Simone Cametti firma Sotto Cefeo, un cerchio rituale di quattordici piante d’alloro nato da una performance dell’artista e destinato, con la crescita delle fronde, a trasformarsi in un bosco impenetrabile e sacro. La Valle delle Presenze si conferma così come uno spazio pubblico “prestato” all’arte, dove il paesaggio urbano ritrova la sua anima attraverso il gesto creativo.