Dedicato. Giacinto Cerone
di Caterina Poli

Gesto e segno plasmano la materia nelle opere di Giacinto Cerone. Artista di getto e grande talento, è stato uno sperimentatore della forma e del volume, ha indagato materiali differenti, come legno , marmo, silicone, moplen, con una maggior predilezione per le sculture in ceramica e in gesso, soprattutto nell’ultima fase della produzione artistica.
A vent’anni dalla prematura scomparsa, il Parco Internazionale di Arte Contemporanea, Sculture in Campo (SIC) a Bassano in Teverina, in collaborazione con l’Archivio Giacinto Cerone, ha inaugurato il 29 giugno scorso lo spazio espositivo “Il Rudere” nell’area del Querceto, con l’allestimento di due opere rappresentative dell’artista della serie dei gessi degli anni ‘90: Costa D’Avorio (1993) e Vocazione (1999).
L’esposizione, fruibile fino al 31 ottobre, oltre a connotarsi come omaggio ad un grande scultore contemporaneo, si inserisce nel percorso del Parco per narrare e comunicare le diverse declinazioni della scultura italiana.
Impetuose e raffinate nelle soluzioni formali, le sculture richiamano correnti artistiche quali l’Informale, il Materico, ma qui il segno, netto e incisivo, si insinua in modo del tutto originale a rimodulare volumi e superfici. L’intervento è “carnale”, fisico, con torsioni, dilatazioni, pressioni, fessure e rimozioni che sconvolgono e alterano la materia.
Un esempio è Costa d’Avorio, delle dimensioni 122x68x30, realizzata nel periodo in cui Cerone sperimenta i primi grandi gessi. La scultura nasce dall’atto, dal gesto improvviso ma guidato da uno schema mentale ben preciso. Un’armatura in legno è stata inserita in un grande sacco di plastica per i rifiuti, al cui interno è stato fatto colare il gesso. Nelle fasi che precedono il consolidamento dell’impasto, l’artista è intervenuto manualmente sulla superficie, colpendo con pugni, pressioni con le dita, pizzichi, stringendo, dilaniando il sacco, andando a creare una texture sul gesso che proietta la forza e la fisicità del gesto, la ricchezza e la profondità del segno.
Segno morbido, con una disposizione più cauta, alternato a colate di gesso, invece, in Vocazione. Opera più tarda di grande dimensione, 177x44x3, dalla forma monumentale, richiama il figurativo sopratutto nella parte inferiore, dove si scorge in alto rilievo una forma sinuosa, anatomica. Differentemente nella parte superiore gli spigoli del parallelepipedo sono ammorbiditi, voluminizzati in una forma imponente e difforme. Qui, come in altre opere dell’artista, intervengono elementi materici, garze sanitarie, che avvolgono e si intrecciano. Arte povera, elementi facilmente reperibili, imbevute di gesso che si fissano e stabilizzano forme scultoree, ridimensionando la staticità della parte inferiore.
Le due opere rappresentano l’essenza di Cerone e offrono uno spaccato dell’ultimo decennio della sua produzione scultorea. Giacinto era un’alchimista della materia, entrava in contatto con essa per esplorarne le infinite interazioni, plasmare i volumi e rigettare le emozioni; una concezione unica dell’arte, dove l’ispirazione guida gesto, segno e manipolazione della materia, immobilizzandosi in atto irripetibile e perfetto.

