Fiorella Rizzo si diploma all’Accademia di belle arti di Lecce, sua città natale. Le sue prime opere risalgono agli inizi degli anni Settanta. Nel 1974 si trasferisce a Roma. Nella sua poetica il rapporto arte-vita è strettissimo e, pertanto, la sua esistenza d’artista è da sempre nelle date delle sue opere e delle sue mostre. La sua ricerca integra profondi concetti e idee con la conoscenza di materie e mezzi: terra, semi, vetri, fogli di acetato, plastica, plexiglass, fotografie e video.
Dalla leggerezza materica dei lavori della seconda metà degli anni ’70, in cui un seme è racchiuso in sfere e tubi di vetro e di plexiglas, l’artista passa negli anni ’80 alla lavorazione di densi impasti di terra, rappresentativi del rapporto fisico e spirituale con la sua terra d’origine. Tra queste sculture di terra rosso ruggine, con uno strato finale polveroso, si annoverano: “Campana”, 1981 (Galleria Nazionale di Roma); “Genetliaco”, 1981-82 (considerata “troppo forte” per essere esposta alla Biennale di Venezia del 1982); “Cripta”, 1989-91, un’installazione di ventidue colonne, l’archetipo degli alfabeti (MUST di Lecce).
Negli anni ’90 utilizza oggetti di uso quotidiano fortemente modificati che, nell’arricchirsi di polisensi, ingannano l’occhio ponendo l’accento sulla relatività della percezione. L’ambiguità dello sguardo emerge anche nei suoi lavori a matrice fotografica realizzati a Londra dal 2000 al 2002. La tridimensionalità dei soggetti rappresentati, accentuata dall’alterazione tra spazio interno ed esterno, è solo un inganno visivo: si tratta, infatti, di poster sui muri delle stazioni della metropolitana.
A Fiorella Rizzo sono stati riconosciuti “risultati anticipatori importanti” sia in Italia che a Londra, dove ha vissuto per lunghi periodi dal 1994 al 2003. «L’Arte come la natura nasconde i misteri nel visibile», scriveva già nel 1977 e appare subito chiaro il suo percorso che tende «a svelare l’invisibile nel visibile e l’infinito nel finito». Dal 2010 utilizza la sua scrittura su fogli di acetato sovrapposti su muri all’interno di grandi cornici e sfere di plexiglas, una scrittura che disegna e che si inonda a volte anche di colore.
Nella sua ricerca è l’idea a determinare materie e materiali. Al riguardo, l’artista ha scritto: «Il tempo nell’Arte è solo nel suo farsi linguaggio».
Giulia Del Papa
