La semplicità di un blocco perfettamente squadrato s’impone come una presenza arcaica e misteriosa. Un’anima brutale, un antro buio scavato con gesti vigorosi, interrompe la compattezza geometrica dei piani esterni. La superficie grigia monocroma invita a memorie da cinefili, quel monolite scuro che Kubrick aveva posto all’inizio di “2001 Odissea nello spazio”.
Geometria versus gestualità, architettura versus natura, razionalità versus irrazionalità: la scultura riflette il dissidio tra la meticolosa ricerca di perfezione della società odierna, l’aspirazione a un’apparenza levigata, incorruttibile, e le oscure spinte interiori che spesso governano l’agire umano. Istinti primitivi nascosti dietro sembianze cristalline. L’opposizione tra esterno e interno si fa narrazione: l’uno greve, fosco, ferino, compromette la solidità rigorosa e coerente dell’altro, insinuando la rottura di un equilibrio, prefigurando un’insuperabile discontinuità. Lo scontro di differenti prospettive dà luogo a un cortocircuito visivo che coinvolge l’ambiente circostante e sollecita lo spettatore a riflessioni profonde: dai quesiti sulle radici dell’identità umane e delle sue prime realizzazioni, al senso contemporaneo del produrre arte pubblica.
Prima di giungere a Sculture in Campo, l’opera (ideata ed eseguita nel 2012 per la Fondazione Volume!, nell’ambito del progetto Parco Nomade a cura di Achille Bonito Oliva), è stata esposta sulla scalinata esterna del Museo dell’Ara Pacis in Roma, poi nel Parco Nomade situato nella periferia sud-ovest della Capitale.
Anna Maria Panzera
