Cielo, di Giulio De Mitri, è un’opera doppia. Mette d’accordo Parmenide ed Eraclito. È perché sta, graniticamente ancorata al terreno del Parco, tramite un muro a secco di forma circolare, costituito da una teoria di elementi in pietra palombino. E allo stesso tempo diviene, costantemente, grazie alla superficie specchiante che interessa la parte superiore dell’opera. Come lo specchio d’acqua dove si rifletteva l’immagine di Narciso, il cielo si ri-conosce nel suo mutamento e ogni giorno si innamora di sé. E la fantasia prende il volo, insieme allo sciame di farfalle, anch’esse specchianti, che poggiano con grazia sull’opera. Occasionalmente Cielo diventa specchio anche per il fruitore il quale, messo di fronte all’implacabile mutevolezza del Sé, sperimenta Uno, Nessuno, Centomila modi di essere.
Valentina Gramiccia

