Vittorio Messina, nato a Zafferana Etnea, in provincia di Catania, nel 1946, studia all’Accademia di Belle Arti e alla Facoltà di Architettura di Roma, dove vive e lavora.
La sua ricerca è rivolta sin dagli esordi, alla fine degli anni Settanta, alla realizzazione di una scultura ambientale che lo porterà all’elaborazione di veri e propri edifici, costruiti con materiali di uso edile e industriale: sono le “celle” (per la prima volta esposte alla Moltkerei Werkstatt di Colonia e alla galleria Shimada di Yamaguchi in Giappone).
Nel 1987, agli “Incontri Internazionali d’Arte” di Palazzo Taverna a Roma, insieme alle opere di M. Nordman, B. Naumann e L. Patella, Messina accompagna il proprio lavoro con un testo sul tema heisenberghiano dell’indeterminazione. Da questo momento il suo lavoro approda in gallerie e musei internazionali.
A partire dagli anni Novanta, l’artista ricerca l’integrazione tra la precarietà e l’immagine della città come organismo improprio e artificiale. In particolare, “A village and its surroundings” (H. Moore Foundation, 1999) segna il passaggio agli anni 2000 nella direzione di questa ulteriore prospettiva.
Nelle successive esposizioni, a partire dal Museo Ujazsdovki a Varsavia nel 2002 e fino alla recente Biennale de L’Habana del 2019 con “Hermes”, un’opera video della durata di 72 ore nata a partire da un film di 42 minuti risalente al 1970, Messina estende lo spazio-tempo dell’habitat umano fino alla dilatazione estrema, indagando l’origine del linguaggio e della forma stessa dell’arte.
Giulia Del Papa
