Sul crinale della collina scoscesa del Querceto fanno mostra di sé i due elementi dell’opera di Pino Genovese, Antropiche. Un ensamble di tronchi lignei, provenienti dalle spiagge del litorale laziale, a formare dei rifugi-giacigli destinati ad immaginari abitanti, uomini e donne alla ricerca di un riparo dall’inesorabilità della natura che è madre e matrigna. Un ricovero sicuro che, attraverso i suoi pertugi, si trasforma in un osservatorio destinato ai più curiosi “viaggiatori del paesaggio”.
Il legame dello scultore romano con la natura lo ha portato nel corso della sua carriera a realizzare, nello studio di Lavinio, opere con materiale recuperato sulle spiagge, come tronchi levigati e alghe, o reperito nel sottobosco delle pinete, dai rami alle cortecce. Inoltre, i suoi numerosi viaggi nel continente africano (Mauritania, Mali, Niger, Marocco, Tunisia) hanno rafforzato progressivamente il suo interesse per la natura arcaica e antropologica di cui sono intrisi i suoi ultimi lavori.
Antropiche rappresenta, quindi, il combinato disposto tra la legge di natura, la quale Genovese sembra non solo rispettare ma celebrare, e il linguaggio dell’arte nella direzione di una visione panica che rifugge ogni rigida distinzione cartesiana. Genovese è senz’altro spinoziano: Dio, l’Uomo, la Natura condividono la stessa sostanza, sono fatti della stessa materia.
Valentina Gramiccia

