Roberto Pietrosanti nasce a L’Aquila nel 1967, vive e lavora a Roma.
È uno di quegli artisti visivi che, amando le superfici, ha sviluppato un profondo senso dello spazio. Rimane rigoroso, anche quando si concede ai colori: questi devono essere ordinati in modo da non offrire nulla al piacere illusorio di una mimesi decorativa. Accade sia nei suoi “Codici” (una serie di piccole tavole su cui sono distesi fili di cotone, che richiamano e sistemano i pigmenti di noti capolavori), sia nelle più ampie campiture di “Superfici”. In entrambi i casi – nella dimensione lineare del filo e in quella geometrica del piano – il principio della monocromia è il tramite di una ricerca spaziale, che progressivamente si estende dal quadro all’ambiente, si fa architettura, oppure la invade modificandone il rapporto con il contesto circostante.
Nasce così la ricerca che conduce Pietrosanti a partecipare con un’installazione in pietra all’importante rassegna internazionale “Monocromos, da Malevic al presente”, presso il Centro de Arte Contemporanea Reina Sofia di Madrid, nel 2004. Dal 2006 al 2013 ha luogo il progetto “Vema”, in occasione della X edizione della Biennale di Architettura di Venezia; la mostra “Confines”, all’Institut Valencià d’Art Modern di Valencia; la partecipazione a Roma alla mostra “Post Classici”, all’interno dell’area archeologica del Palatino/Foro Romano.
Un’antica passione per la musica e per le contaminazioni, invece, lo fa lavorare con Giovanni Lindo Ferretti al progetto “Non avere timore” (Triennale di Milano 2018): chissà che non sia la forza aerea delle note a disegnare i suoi attraversamenti di lamiere di rame e di ottone.
Anna Maria Panzera

